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sabato 27 agosto 2011

CI VEDIAMO DA MARIO - 23

L’estate sta finendo

L'estate sta finendo

e un anno se ne va

sto diventando grande

lo sai che non mi va.

(L’estate sta finendo – Righeira)

Il titolo preso in prestito da una deplorevole canzone dei deplorevoli Righeira esprime con oggettività quasi oscena il momento che ci troviamo a vivere: sentiamo l’avvicinarsi la fine dell’estate e ci travolgono le ansie (oddio! Gli esami! La casa! Il libretto! La maglia del Cagliari! lo smalto bianco indistruttibile!), senza poterle materialmente affrontare.

Ma gli ultimi due versi della citazione d’apertura ci riportano al tema del cambiamento: stiamo diventando grandi, ed anche se non ci va non ci possiamo fare niente. In questi mesi affronteremo esami, lauree e poi chi si è visto si è visto. Finisce un’esperienza che nel bene e nel male ci ha fatto maturare.

Perciò, in bocca al lupo, perché si ricomincia, a ritmo di Righeira, purtroppo… mica si può avere tutto.

Mario Ia5

martedì 26 luglio 2011

CI VEDIAMO DA MARIO - 22

Vacanze ad honorem

La tornata estiva d’esami è giunta al termine, è dunque tempo di vacanze: “Passata è la tempesta: / Odo augelli far festa, e la gallina, / Tornata in su la via, / Che ripete il suo verso.” Chicchiricchì.

Ma sono vacanze solo di nome. Perché se ti devi laureare ad ottobre ed hai una tesi da finire ti devi mettere al lavoro, e se hai esami a settembre non puoi far passare troppi giorni senza aprir libro.

O peggio ancora, ci sono quelli come me, talmente “corrotti” dall’università che ormai non riescono a passare una giornata se non studiano qualcosa, fosse anche solo la composizione del dentifricio mentre si è in bagno. Allora eccoci stare almeno un paio d’ore col capo chino sui libri, perché ormai “il tempo sembra non passare mai se non studi”.

Ma l’argomento di queste vacanze, con cui parlare col vicino d’ombrellone, è senza dubbio la laurea ad honorem che la Facoltà di Lettere e Filosofia ha deciso di assegnare a Roberto Benigni. Se n’è discusso molto: fatto bene? fatto male? Boh! So solo che dopo alcuni recenti avvenimenti un colpo come questo può risollevare un po’ l’immagine.

E dunque, che sia mare, montagna, lago o città, godetevi le vacanze, e mi raccomando: “scialatevi!

Mario Ia5

venerdì 15 luglio 2011

CI VEDIAMO DA MARIO - 21

Game Over

Ho già affrontato l’argomento, ma quando ieri sera sono tornato a casa dopo aver passato del tempo con alcuni colleghi, non ho potuto fare a meno di ripensarci: ormai è finita. C’è chi ha finito davvero e chi, come me e come molti altri, nei prossimi 5/6 mesi esaurirà completamente i propri obblighi verso questa Università e “taglierà il Ponte”.

Forse è semplicemente la mia natura romantica che mi causa più problemi che altro (facendomi scrivere questo pezzo piuttosto che dedicarmi allo studio), ma quando ieri sera ho lasciato sotto casa l’ultimo collega una punta di tristezza è riaffiorata: quella era probabilmente l’ultima volta che ci ritrovavamo tutti insieme.

È la fine di un ciclo, ma al naturale corso degli eventi non ci si può opporre; a noi non resta altro che voltare pagina, sperando che quel foglio non sia così pesante da far male.

Personalmente, credo proprio che mi dispiacerà lasciare l’Università (fosse anche solo “temporaneamente”; sentimento che tuttavia non ho provato 3 anni fa quando mi "liberavo" della scuola), ma ancor di più mi dispiacerà lasciare persone e personaggi che a questo maledetto cubo 18C hanno dato consistenza e movimento, forse addirittura vita. La gente continua a dirmi che, chi più e chi meno, qua dentro mi stimano e mi vogliono bene tutti. A fine anno, quando ormai mi rendo conto per davvero che sta finendo il mio ciclo, sento il dovere di rispondere che, chi più e chi meno, stimo e voglio bene a tutti.

Perdonate i toni fin troppo melensi, forse addirittura patetici che mi ero promesso di non adottare più, ma quando ci si rende conto che qualcosa sta per finire, quel “qualcosa” comincia a colorarsi del dolce profumo dei ricordi.

Grazie di tutto. A tutti.

Mario Ia5

sabato 18 giugno 2011

CI VEDIAMO DA MARIO - 20

Lo specchio

“Depuis ce jour-là

quand je vois ma face dans la glace

je crois voir Lucifer

apparaître à ma place”

(Un matin tu dansais – Luc Plamondon)

È vero, si può mentire a tutti, ma non a noi stessi. Per una volta, via le maschere e guardiamoci allo specchio: vi ricordate cosa eravamo quando venimmo come tanti pargoletti ad affrontare il test d’ingresso? Guardiamoci ora, alla fine, e tiriamo le somme.

Cercherò di non scadere in una stucchevole nota finale, ma chi mi conosce sa che amo i sentimentalismi, per cui sarà abbastanza difficile, ma ci voglio provare. Se nello specchio vi vedete più grandi, forse “vecchi”, è normale: in fondo sono pur sempre passati tre anni; ma ci vediamo più maturi? No, lasciate da parte il libretto con i vostri trenta e lode, guardatevi oltre gli occhi e scrutate attentamente.

Nel fondo degli occhi di tutti noi c’è un’esperienza: ciascuno l’ha vissuta a modo suo, chi voleva il palcoscenico e chi stava dietro le quinte, chi c’era sempre e chi non c’era mai, chi c’ha scherzato e chi c’ha pianto, chi ha lottato e chi s’è fatto trascinare dalla corrente. Ora lo so cosa vi aspettate di leggere: l’elogio di un’esperienza comune, ponendo l’accento sul fatto che bene o male siamo stati compagni d’avventura, ‘nella buona sorte e nelle avversità’.

No, non voglio dire questo: voglio solo incoraggiarvi ad interiorizzare tre anni della vostra vita perché, chi più e chi meno, abbiamo finito, abbiamo fatto il nostro tempo: abbiamo imparato ad andare in bicicletta, e a breve ci toglieranno le rotelle ai fianchi. Quando ci guardiamo allo specchio, ci vediamo da soli, pertanto ciascuno si guardi singolarmente. Mi auguro soltanto che vediate ciò che speravate di essere quando, seduti per la prima volta nel 18C, facevate il test d’ingresso e immaginavate una laurea e tutto il resto.

A tutti voi, un sincero “in bocca al lupo”, perché tutti noi ci meritiamo di avverare almeno un po' dei nostri sogni, per il semplice fatto che li abbiamo sognati.

“… ricordi tanti

e nemmeno un rimpianto.”

(Il suonatore Jones – Fabrizio De André)

Mario Ia5

venerdì 27 maggio 2011

CI VEDIAMO DA MARIO - 19


FRU 2011

In queste settimane l’Università era stata scossa da brutte notizie, riguardanti soprattutto la nostra Facoltà di Lettere e Filosofia. Fortunatamente, è arrivato il FRU, il Festival delle Radio Universitarie, che ha spazzato via dalla testa delle persone tutto ciò che di negativo pensavano su di noi e sulla Calabria. Questo lo dobbiamo a PonteRadio, la web-radio ufficiale dell’Unical, che ha messo in piedi, quasi dal nulla, questo meraviglioso evento.

Sono stati tre giorni difficili, dove naturalmente non tutto è filato sempre liscio, ma abbiamo visto gente venire da ogni parte d’Italia (e non solo) e stupirsi di quello che c’è qui. Parlando con ragazzi che vengono da città più grandi, da università più rinomate, è stato un piacere sentirsi dire che s’era fatto qualcosa di veramente bello, sia dal punto di vista dell’organizzazione che per l’intrattenimento. A me è capitato: un ragazzo di un’altra radio universitaria mi ha visto col badge dello staff e mi fermato sul ponte per ringraziare noi di PonteRadio per aver dato forma ad un evento meraviglioso, che è stato definito come “un piccolo miracolo”, ed, a detta dei partecipanti, “il migliore FRU di sempre”.

Io ho visto questa realtà dal di dentro, e so che all’inizio della stagione erano addirittura sorti dei dubbi se continuare ancora o meno l’esperienza di PonteRadio; ma nonostante le promesse disattese questo piccolo gruppo di studenti e ragazzi è riuscito nel dare della Calabria l’immagine migliore, dimostrando che, al contrario di ciò che alcuni possono pensare, sono i ragazzi la vera ricchezza dell’Unical, la vera ricchezza della Calabria.

Voglio ringraziare coloro che in prima persona hanno reso possibile questo, ovvero i responsabili di PonteRadio, in rigoroso ordine alfabetico: grazie ad Adalgisa, Angelo C., Angelo I., Iole, Santino, Sara e Sergio. Loro hanno davvero fatto un lavoro eccezionale, e i loro nomi servono a rappresentanza anche dell’altra cinquantina di ragazzi e ragazze che in questi giorni si sono spesi senza riserve per mostrare la parte bella di questa nostra difficile terra.

Una cosa bella in Calabria, e l’hanno fatta i ragazzi: questo è stato il FRU 2011.

Mario Ia5

venerdì 22 aprile 2011

CI VEDIAMO DA MARIO - 18

Il consiglio di Sciascia

Dopo “la lunga notte dei coltelli” torniamo a parlare d’altro, che forse è il miglior modo di stemperare gli animi. Forse sono uno dei pochi ad averlo fatto, ma ho comprato i romanzi di Sciascia suggeritici dal prof ed ho cominciato a leggerli. Ho terminato “Il Consiglio d’Egitto” e sono quasi alla fine di “Todo Modo”.

Questi due romanzi hanno il pregio non occupare molto tempo nella lettura (se uno è abituato ai mattonazzi di Follett ed Eco questi se li “cala” come un’Aspirina), ma il difetto, se così si può chiamare, che sono stati scritti da Sciascia; mi spiego meglio:

Sciascia, come ci è stato spiegato molto bene, inserisce di tanto in tanto termini dialettali siciliani, che non facilitano la comprensione ad una prima lettura, ma potete segnarvi i termini che non conoscete per cercarli su Google; inoltre, di tanto in tanto Sciascia si lascia andare a giri di parole che non sempre sono chiarissimi se non si legge il romanzo con un occhio attento.

Inoltre, “Todo Modo” ha un difetto che non posso perdonargli: non è diviso in capitoli, il che permette una fruizione più organica ma anche meno “organizzata”. Fra i due, sarà per la mia passione per i riferimenti storici, ho preferito “Il Consiglio”: come ogni romanzo che si rispetti, qualcuno muore. E poi, ho rincontrato un elemento già visto col Mitico Cozz… no, purtroppo non è Onorato III Gaetani Conte di Fondi, ma ci siamo andati abbastanza vicini: si fa riferimento al Tribunale della Vicaria. In fondo, siamo pur sempre nel Regno di Napoli.

Probabilmente non lo vedremo alle proiezioni fantozziane organizzate al corso, ma voglio salutarvi con una scena tratta da “Il giorno della civetta”. Se vi state chiedendo, come ho fatto io per anni, il perché di questo titolo, vi posso dire questo: è una citazione di Shakespeare, dall’Enrico VI “Come la civetta, quando di giorno compare”.

http://www.youtube.com/watch?v=jgDq2qPVgzI

Mario Ia5

lunedì 18 aprile 2011

CI VEDIAMO DA MARIO - 17

Funzioni di appartenenza

Ecco l’articolo che “L’Anticristo” ha annunciato. Devo dire che avevo cominciato a scriverlo già nella scorsa settimana, ma poi, per voler scegliere bene le parole ho deciso di tenerlo in po’ in ghiacciaia per farlo fluire meglio.

In origine questo articolo avrebbe dovuto intitolarsi “Io (non) sono Dio”, e cominciava con queste parole:

“Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde” (Matteo 12:30)

per descrivere una triste abitudine nel 18C. Infatti, sembra di essere tornati per un attimo bambini, quando si giocava a pallone nello spiazzo sotto casa e si “facevano le squadre”: se tu prendi Tizio, allora io prendo Caio. Già, perché si è ritornati a fare le squadre, e ovviamente se vengo in qualche misura scelto da una squadra, allora sono un “nemico” dell’altra.

Ora vi svelerò una cosa: non siamo nel mondo dei fumetti, dove esistono i supereroi e i super cattivi, dove o sei l’uno o sei l’altro. Noi siamo uomini in un maledetto mondo reale, e quindi se sono amico di Tizio questo non esclude automaticamente che non possa esserlo anche di Caio.

Per spiegare meglio il punto mi rifaccio alla cara vecchia matematica, ed a concetti che ho avuto modo di imparare in un corso qui all’università: si tratta della “funzione di appartenenza”, che è tipica degli insiemi. In pratica, tale funzione stabilisce se un elemento appartiene o meno a quel determinato insieme; nell’insiemistica classica, se vi appartiene tale funzione ha valore 1, altrimenti ha valore 0. Ma siccome il mondo in cui viviamo è il maledetto mondo reale, dove gli insiemi non sono ben definiti, entriamo nel campo della Fuzzy Logic, dove le funzioni di appartenenza possono avere un numero svariato di valori, che varia da 0 a 1. Funziona così: se io sono allo 0.7 amico di X, per quel 0.7 sono completamente amico di X; questo non esclude che io possa essere allo 0.5 amico di Y, e per quel 0.5 completamente amico di Y.

Lo so, vi siete rotti un po’ le gonadi con queste lezioni spicciole di logica Fuzzy, ma tutto serve per chiarire questo concetto: nella vita non vi troverete mai davanti divisioni nette, e dunque non potrete mai dividere nettamente neanche le persone in gruppi, perché le persone non sono ideal-tipi weberiani (magari su questo ci faremo un altro articolo più in là).

Io sono amico sia di persone all’interno di questo blog, sia di persone che con questo blog hanno avuto da ridire, perché si può essere amici e pensarla diversamente.

Mario Ia5

venerdì 8 aprile 2011

CI VEDIAMO DA MARIO - 16

Pitzinnos in sa gherra

Il titolo è preso in prestito dai Tazenda, un gruppo sardo come il prof tanto lecchinato dal “cinico”. Significa “bambini nella guerra”, dove la guerra è quella vera,quella dei grandi. Tuttavia, peggio ancora è quando sono i grandi a farsi una guerra da bambini.

«Maestra, m’ha chiamato cretino!» «Non ti parlo più» sono cose che stanno bene in bocca ai bambini, non agli adulti, che dovrebbero ben capire quando si vuole scherzare e quando si vuole offendere. Se io, come ho fatto adesso, dico scimmiottando al “cinico” che è il leccaculo del prof, dovrebbe essere chiaro che sto scherzando; peggio sarebbe se glielo dicessi in tono grave o dietro le spalle.

Siccome ultimamente pare d’essere nella “foresta dei pugnali volanti”, fra gente che s’offende, chi si dimette e chi si allontana, ho voglia di dire un paio di cose senza disconoscere le mie responsabilità:

Nel mio primo intervento in questo blog facevo l’elogio dell’ironia, associando all’intelligenza la capacità di capirla e ben interpretarla; ma dato che si vede sempre più spesso gente nervosa per canzonature mal interpretate potrei dedurre (potrei ma non voglio) che in questo cubo siamo una manicata di Teste di Quarzo.

Il sondaggio sull’Oscar è la dimostrazione più lampante (ma non l’unica): oltre il 70% dei votanti non vuole scherzare con se stessi, ed è quindi privo di ironia. Mo’ sulla base di esperienze mie personali (visto che va di moda l'autocelebrazione), vi dico questo: se

  • foste tornati a casa da scuola perché qualcuno v’ha spinto in una pozzanghera per passare il tempo;
  • v’avessero lanciato in testa un appendiabiti;
  • v’avessero acceso addosso uno Zippo;
  • foste tornati un giorno a casa col sangue in faccia perché tre persone v’hanno picchiato senza alcun motivo all’uscita di scuola,

forse, e dico forse, avreste un modo diverso di approcciarvi agli scherzi, e forse, dico forse, capireste che il prendersi per il culo faccia a faccia è un modo per stare insieme. Non molti anni fa, io avrei quasi ringraziato se ci si fosse fermati a questo. Invece, a veder ragazzi prossimi alla laurea dare importanza a cose da bimbi e litigare come questi, mi giran un po' le balle.

Mario Ia5

sabato 2 aprile 2011

CI VEDIAMO DA MARIO - 15

Han pubblicato tutti oggi, io mica sono il figlio della svergognata...

Apparizioni

È un periodo strano nel 18C, denso di avvenimenti misteriosi che sembrano rubati dal telefilm che tanto piace al Mr. Bar (del genere “quello è un segreto più misterioso di quello”). C’è tutto, a cominciare dalle faide interne per un non meglio precisato motivo, i gruppi, i ka-tet e i quadrati costruiti sull’ipotenusa che si scornano e se le danno di santa ragione.

Ma il titolo è “Apparizioni” perché, proprio come nel telefilm che mi sono “Perso” sono tornate presenze che si davano per scomparse.

Qualcosa di “sacro” ha la visione di un uomo a cui appiopparono la santità, che da prof dal 30 facile trasformarono in prete di provincia: ebbene sì, ho rivisto DON CELANI! Non aveva strani cappelli né giubbotti della ValleCrati, ma il Massimo Cacciari “de’ noartri” portava segni evidenti del passaggio del tempo, mostrandosi come un “vecchierel canuto e bianco”. Ma ha fatto molto piacere finalmente rivederlo all’Unical, a contatto con gli studenti che lo stimano e che gli devono un innalzamento col Viagra della propria media.

Ma non è l’unica apparizione degna d’effetto speciale: s’è rivisto anche Giuseppe Fiocca. Voi direte: e chi c@z*# è? Già, ottima domanda! È uno dei nostri tanti colleghi, che come il Mario Ia5 della prima ora viene solo per fare gli esami, prendersi un voto modesto e tornarsene a casa a curare i propri sporchi affari. Da quando ho smesso di fare in questo modo, ho incontrato personaggi che sembrano usciti non da “Lost”, ma da “Scrubs” o da maschere neorealiste come in “Ladri di biciclettA”.

Fra tanta gente che torna, c’è uno che parte con la coda fra… i capelli. Se n’è andato a passo di Wagner in sella al suo mosquito viola spezzando il cuore di tutti noi, che in una tiepida sera di marzo gli corremmo dietro con i fazzoletti bianchi in mano. Federico di Svevia un po’ ci mancherà, ma per non scarseggiare di apparizioni straordinarie, il video delle sue gesta sarà mandato in loop.

Mario Ia5

venerdì 25 marzo 2011

CI VEDIAMO DA MARIO - 14


Sciascia

“Ho scelto Sciascia perché è uno scrittore che mi piace”. Bene, se a qualcun altro piace Sciascia, presto questo amore si trasformerà in un odio viscerale e profondo. Non perché Sciascia non sia stato uno scrittore interessante o meritevole, ma perché Sciascia è il protagonista indiscusso di uno dei corsi che molti di noi si trovano a frequentare.

Certo, Sciascia sarà al centro di questo corso, e perché Sciascia possa essere ben apprezzato anche da chi Sciascia non l’ha mai letto, il corso su Sciascia ha cambiato orario, in modo da venire incontro alle esigenze di tutti. Al momento in cui scrivo questo articolo su Sciascia, il corso su Sciascia ha il seguente orario, che dovrebbe rimanere quello definitivo:

Mercoledì 15-17 in aula Iana,

Giovedì 15-17 in aula N

Venerdì, 11-13 in aula Solano.

Sono sicuro che molti di noi, che avranno senza dubbio letto Sciascia, apprezzeranno il corso su Sciascia, dove Sciascia viene sciolinato in uno scempio in tutte le salse; molti apprezzeranno anche si scenda in scivoloni sciocchi sulla famiglia Sciascia, di cui si è chiarito il nome del fratello dello Sciascia scrittore sciovinista, tale Giuseppe Sciascia, morto suicida giovanissimo perché non sopportava di sentire ancora il cognome Sciascia.

Scivolando in scie sciatiche alla Scilipoti, Sciascia è diventato di sicuro il miglior esponente di una letteratura scelta e scevra di scetticismi scientifici e scioperante di scioglilingua che fece appunto di Sciascia il suo maggiore punto di riferimento. Sciascia rimarrà sicuramente nei nostri cuori ben oltre la nostra permanenza all’università; di sicuro, non dimenticheremo mai che si chiamava Sciascia.

Concludo con una citazione dello studioso di Sciascia: “Qualcuno ha capito qualcosa di quello che ho detto?”.

P.S. Come avrete (spero) ben inteso, il mio intervento è ai limiti del non-sense, come d’altronde l’amore che qualcheduno ha nei confronti di Sciascia.

Mario Ia5

sabato 12 marzo 2011

CI VEDIAMO DA MARIO - 13


150

Potrei parlare del prossimo inizio dei corsi, ma lascio al Bar l’incombenza. Oggi parlo in toni fin troppo seri di qualcos’altro.

“Siamo Padani, abbiamo un sogno nel cuore: bruciare il tricolore!”. “Il Movimento politico denominato ‘Lega Nord – per l’indipendenza della Padania’ […] ha per finalità il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”. Quello che vedete in foto è un pupazzo di Garibaldi bruciato a Vicenza che lo definisce “eroe degli immondi”. Tutto questo avviene alla soglia dello storico traguardo dei centocinquanta anni di Unità Nazionale.

Avete seguito in convegno che si è svolto ieri in Aula Magna? No? Beh, si poteva vedere anche da casa attraverso lo streaming web. Dibattito lunghetto, a tratti un po’ noioso, ma che nelle ultime battute s’è riscattato grazie al Presidente del Comitato per le Celebrazioni del Centocinquantenario Giuliano Amato.

Amato ha usato spesso la parola “futuro”: strano, le celebrazioni mirano a glorificare il passato, e l’uso di questo termine a prima vista sembra stridere con l’atmosfera commemorativa. E invece no, perché si celebra l’Unità d’Italia e ciò che davvero unisce non è il passato, ma il futuro. Come ha sottolineato lo stesso Amato, quello che riuscì ad unire i giovani che costruirono quell’Italia non era il loro passato, fatto di radici culturali a volte diversissime, ma la prospettiva di un unico futuro, la possibilità di costruire un avvenire che li vedesse insieme. Oggi invece, spesso si smarrisce l’interesse verso il futuro, la volontà di migliorare le possibilità delle generazioni che ci seguiranno.

E quando si perde il futuro, quando si smarrisce il pensiero di un comune avvenire, allora si è persi, e si frantuma anche il passato. Giuliano Amato: “Ma voi credete che ci sia bisogno di ricercare i propri antenati nei celti e nei gaelici se ci fosse la prospettiva di costruire uniti? Quando emergono passati diversi è perché si pensa a futuri diversi […] Forse l’Italia che si costruì centocinquanta anni fa non fu la migliore, ma forse fu l’unica possibile”. Ancora oggi, di certo non siamo il miglior paese del mondo, ma non possiamo cambiare il fatto che qui siamo nati, che noi vi apparteniamo; a nulla serve disconoscersi o vergognarsi di essere italiani, nulla cambierà il fatto che lo siamo. Allora, vogliamo un po’ di bene al nostro Paese, che ne ha bisogno.

Lo so, sono scivolato nel retorico diventando quasi ridicolo e stucchevole, ma non me ne frega.

“Noi siamo da secoli

Calpesti, derisi,

Perché non siam popolo,

Perché siam divisi.

Raccolgaci un'unica

Bandiera, una speme:

Di fonderci insieme

Già l'ora suonò.”

Mario Ia5

venerdì 4 marzo 2011

CI VEDIAMO DA MARIO - 12

Il ritorno

È vero, è periodo d’esami, ma avendo visto assistito con le mani in mano al ritorno del Maneggio, mi son sentito punto nell’orgoglio e così ho deciso di interrompere ‘gli studi sulle sudate carte’ per sudare un po’ qui al Bar. Ma ciò che ha dato la spinta decisiva per questo intervento, è quello che ha scritto nello specifico il giornalista “in pectore”.

Si tenga stretto “Don Celani”, i remake e i peperoni, ma “IL CONTE DI FONDI – Onorato Gaetani” è roba mia. È dalla sua prima citazione al corso del Mitico Cozz che questo personaggio storico mi affascina: si tratta di un uomo che non ha esitato ad uccidere suo figlio (legittimo, al contrario di qualcuno che l’aveva bastardo) per aver infranto un sacro giuramento di lealtà. Una persona così, in un periodo di politici e deputati che si vendono per un mutuo da pagare, sembra davvero uscita da un romanzo: un mattonazzo in stile “I pilastri della terra”, che invece di narrare dell’Inghilterra del ‘200 parla della Napoli del 1400, narrando di protonotari che si alzano dagli scranni per far sedere figli bastardi. Un uomo che alla famiglia e alle sue tradizioni ci teneva: si chiamava Onorato III Gaetani conte di Fondi come suo padre Onorato II Gaetani conte di Fondi, che a sua volta si chiamava come suo nonno Onorato I Gaetani conte di Fondi.

Concludo questo mio breve intervento di ritorno con una precisazione: il personaggio di Onorato III Gaetani, protonotario e conte di Fondi, è ancora da assegnare, per cui la candidatura del Bar è ben accetta; tuttavia, e ci tengo a dirlo, il ruolo dell’anziano Alfonso il Magnanimo è pensato per il Mitico Cozz, in un cammeo che dovrebbe far impallidire quello di Marlon Brando nel video di Michael Jackson “You rock my world”.

Mario Ia5

sabato 29 gennaio 2011

CI VEDIAMO DA MARIO - 11

Chi vuol essere disoccupato?

Dai, la notizia la sapete tutti, ma dato che mancavo da un po’ da questo bancone, mi sembra un ottimo pretesto per tornare a scrivere qualche fesseria. Michela De Paoli, casalinga di Pavia, ha sbancato “Chi vuol essere milionario?”, portandosi a casa l’intero montepremi, UN MILIONE DI EURO (lordi, perché il fisco vorrà la sua parte.)

Bella favola: una donna impacciata, timida e introversa si prende una remunerata rivincita verso tutti, verso quella “natura matrigna” che l’ha disegnata così. E con un milione in tasca, i primi pensieri sono talmente pratici da sembrare (a posteriori) quasi ridicoli: una casa per i genitori e un’utilitaria per il marito.

Fra i coriandoli dorati in CG e la sagoma del personaggio passa in secondo piano una frase che Gerry Scotti pronuncia prima che Michela De Paoli si aggiudichi la vetta: «Come è possibile che una persona così preparata non abbia un lavoro?» Già, perché la De Paoli, oltre ad una vorace conoscenza enciclopedia, possiede una laurea in... Lingue e letteratura straniere. Né ingegneria o economia, ma una delle tanto bistrattate lauree offerte da Lettere e Filosofia. La maledizione aveva colpito anche lei, che dice di sé: «Sono una casalinga un po’ forzata perché è più dignitoso dire di fare la casalinga rispetto a dire che sono disoccupata.» E come molti ragazzi ha lavorato anche lei in un call-center, ma la crisi l’aveva rispedita a casa.

Dove vuoi andare con una laurea del genere? Ecco, ripetetelo adesso, ingegneri dei miei stivali!

Ora che è stata in televisione e ha dimostrato al mondo (la notizia ha avuto una vasta eco) la sua preparazione, probabilmente, anche per sfruttare l’effetto mediatico, le offerte di lavoro fioccheranno, ma desso... non ne ha più bisogno! Accidenti, è appena diventata milionaria, un lavoro non le serve più!

Non voglio dirvi, come la stessa De Paoli ha detto, ‘studiate che un giorno potreste vincere un milione’, perché non è così: quelli che partecipano a questo genere di quiz sono una percentuale irrisoria. E poi, anche se riusciste a parteciparvi, potreste correre il rischio del concorrente che è venuto dopo Michela De Paoli: uscire alla prima domanda...

P.S. Ora, non per fare il saccente odioso, ma io la risposta all’ultima domanda la sapevo.

Mario Ia5

mercoledì 22 dicembre 2010

CI VEDIAMO DA MARIO - 10


Buttati, che è morbido!

 Sono finalmente giunte le vacanze (per alcuni saranno tali, per altri meno), e puntualmente si ripresentano degli appuntamenti fissi che coincidono con esse. Uno di questi è il martellamento pubblicitario che riguarda zaini, astucci e quaderni a partire da luglio in poi (giusto per rovinare le vacanze, così i ragazzi devono pensare alla scuola anche ad agosto); un altro è il classico bombardamento di neve finta e stelle cadenti chiamato “periodo natalizio”.

Ora, non è mia intenzione impelagarmi in spiegazioni astruse sulla veridicità storica di questa festività o parlarvi sull’adeguatezza del festeggiamento stesso. Rimane il fatto, clamoroso, che il Natale è una festa diversa da tutte le altre. È l’unica festa (se escludiamo il Capodanno per cui i motivi sono ovvi) che ha attraversato il mondo intero, che viene festeggiata, seppur in modo diverso, dal Giappone all’Isola di Pasqua (curioso, vero?), Dalla Norvegia agli Emirati Arabi. Se ci pensate questo è molto strano, il Natale è in fondo una festa religiosa, giusto?

No, sbagliato! O meglio: si può chiamare religiosa se parliamo di Dea Moneta (realmente venerata nell’antica Roma). La verità è che da un paio di secoli a questa parte, il Natale è la festa che idoleggia il buonismo, i sentimenti melassi e l’animo caritatevole, per zittire la nostra coscienza affinché ci faccia dimenticare che è “ben provato che con un'aria devota e un'azione pia inzuccheriamo lo stesso diavolo”.

Mi spiace andare contro il povero Dickens (in fondo chi sono io per farlo?), uno dei primi a fare del Natale quella festa di “pietismi” che la gente celebrerà da qui a poco, ma non ci sarà nessuno Spirito del Natale, né passato, né presente, né futuro. È anche colpa sua se appare giusto che gli Ebenezer Scrooge di oggi si appaghino di un regalino per un anno di viltà.

Ma almeno, all’epoca dello scrittore britannico il Natale si festeggiava ancora per il suo significato tradizionale. Oggi la cosa è diversa, è sono sintomatiche le parole di Bart in un vecchio episodio dei Simpson: «Anche senza regali, dobbiamo festeggiare per il vero significato del Natale: la nascita di Babbo Natale.»

Auguri? Da me non li avrete; al massimo, posso auguravi delle buone vacanze.

 Mario Ia5

sabato 18 dicembre 2010

CI VEDIAMO DA MARIO - 9

Eh, la coerenza...

 Negli articoli da me firmati in questo salotto ho spesso elogiato quella saggia dote che si chiama ironia, ma per una volta parliamo un po’ di coerenza. “Coerenza” richiama (sia ideologicamente che etimologicamente) il concetto di “coesione”, ovvero il rimanere unito a qualcosa, che nel senso figurato indica il perseguire un concetto precedentemente espresso, comportandosi di conseguenza.

Questi sono i giorni di proteste, di occupazioni più o meno inutili e di manifestazioni in cui si cantano i cori da stadio. Ma se apriamo la prospettiva un po’ oltre, vediamo che nelle ultime settimane si è protestato (e intorno al 21 si tornerà a farlo, ci potete scommettere) per università e ricerca. È vero, come si è detto anche qui nel Bar, che molti di coloro che protestano lo fanno solo perché è da fighi, che il capo del MIUR (manco fosse l’OVRA!) indipendentemente dal colore politico sarà sempre il nemico degli studenti, ma il calendario ci ha proposto sotto gli occhi una strana coincidenza...

In ogni programma RAI dove ci fosse un dibattito si è parlato degli incidenti che hanno coinvolto la Capitale il 14 dicembre. Fatto salvo che la violenza gratuita è sempre sbagliata e che questa violenza è stata messa in atto da pochi che hanno rovinato l’immagine di molti, vediamo che queste proteste (sia violente che non-violente) sono state sempre condannate. Anche da Sposini, in quel programma da lui condotto, si è parlato male di chi manifestava, senza distinguere. In fondo, chi manifestava pacificamente lo faceva a favore dell’università e della ricerca.  Ma poi arriva il colpo di classe, che ci richiama al concetto di coerenza: Sposini fa vedere una spilla “appuntunata” sul petto e chiede soldi. Per cosa? Ironia della sorte, per la ricerca...

Già, perché questo è il fine settimana di Telethon, dove in ogni programma RAI apparirà quella scarpetta sbiadita per dirci che se siamo umani dobbiamo aiutare la ricerca. Ma come, in TV la ricerca è quasi un obbligo, e nelle università è da condannare? Se ne facciamo un reality sgargiante facendolo passare per la Tele, allora va bene, ma la ricerca vera, quella fatta senza clamori, non va bene?

Parafrasando Manzoni, ‘ai posteriori l’ardua sentenza’.

 

Mario Ia5

giovedì 2 dicembre 2010

CI VEDIAMO DA MARIO - 8

Le piccole battaglie de La Grande Guerra

(chedo scusa se torno così presto, ma ne sentivo il bisogno)

Ebbene sì, miei cari e sparuti lettori: il ddl Gelmini è stato approvato dalla Camera. Certo, voi lo sapete meglio di me, magari qualcuno di voi è andato a bloccare la SA-RC (non che ce ne fosse bisogno, l’autostrada fa già fatica da sé...), o ad occupare Rettorato, Aula Magna e qualche mensa. Sapete bene che con parole come “risparmio” e “meritocrazia” MaryStar ha nascosto dei tagli indiscriminati e senza logica. Ma in realtà il problema non è la spesa, è la cultura.

Dopo secoli di primati intellettuali (senza ampollosa retorica si può dire tranquillamente che l’Italia è stata dall’età antica fino a qualche decennio fa la culla di molti saperi), qualcuno è riuscito a far odiare la cultura a questo paese, alla sua gente. Non chiedetemi di chi sia la colpa, io non lo so; so solo che ormai esiste solo il PIL, sigla che, come ebbe a sottolineare Benigni, potrebbe indicare una “cosa escrementizia”.

Erano questi i termini con cui ieri sera il direttore de “Il Giornale” Alessandro Sallusti, oscpite ad “Exit” analizzava la riforma Gelmini, testuali parole: “Quanto vuoi che producano in termini di PIL i laureati in Storia Moderna?” E poi l’immancabile stoccata verso di noi: “O quanto lavoro pensano di trovare tutti questi laureati in Scienze della Comunicazione?” Già, esiste solo il PIL.

Strana coincidenza che proprio in questi giorni sia morto il regista Mario Monicelli, lui che ultimamente combatté, finché gli fu fisicamente possibile, per la cultura. Incontrando, poco tempo fa, gli studenti della scuola di cinema “Roberto Rossellini” (unica scuola pubblica del genere in Italia) ebbe a dire questo: “Spingere con la forza e non tacere. Dovete usare la vostra forza per sovvertire, protestare. Fatelo voi che siete giovani. Io non ho più l’età. L’Italia è conosciuta all’estero solo per la sua cultura. Siamo un Paese che ha avuto solo una forte collocazione culturale. Ed è proprio questa, l’unica cosa che ci viene da tutti riconosciuta all’estero, che si vuole oggi combattere.” La Grande Guerra per la cultura passa anche da queste piccole battaglie.

Bene, sarà anche vero che un artista del DAMS non muoverà l’economia come se fosse un grande ingegnere, o che un laureato in Comunicazione non sposterà capitali come un capitano d’industria, che con la cultura non si mangia, eccetera eccetera. Ma io so per certo che è la cultura di ciascun individuo a formarlo, e che la cultura della popolazione generale forma una collettività. Se io sono capace di non cadere nelle facili promesse di un politico affarista è anche perché ho studiato Weber e Pareto, non Torricelli o Newton; se riesco a capire che un TG mi nasconde o peggio ancora ribalta una notizia, lo so perché studio Retorica e Teoria dell’Argomentazione, non fisica o chimica; se voglio interessarmi della Cosa Pubblica, lo posso fare con cognizione e meglio di altri perché conosco Marx, Popper, Tocqueville o Simmel.

Perdonatemi, ma sentivo la necessità di sfogarmi, di affermare delle cose che sento in me ben radicate e che credo essere vere, ma di cui nessuno nei media (guarda caso...) sente il bisogno di parlare. La mia cultura non mi farà mangiare né farà crescere il PIL, è vero, ma se esistesse ancora un livello culturale accettabile in questo paese, forse alcuni problemi socio-culturali non sarebbero così grandi. 

 Mario Ia5

lunedì 29 novembre 2010

CI VEDIAMO DA MARIO - 7

Ora la pallottola è davvero spuntata...

Nelle scorse ore (precisamente nella domenica americana) ci ha lasciato un attore che è divenuto parte integrante della nostra generazione (parlo di noi dai 19 ai 22 anni, ma ma credo lo conoscano bene anche Francesco Farina e Raffaele Galiero che sono più “vetusti”). Il suo nome è Leslie Nielsen.

Ovviamente tutti noi lo riconosciamo nei panni del Tenente Franck Drebin nella trilogia della “Pallottola Spuntata” o per il dottor Rumack ne “L’aereo più pazzo del mondo”. Si tratta di film che aprirono il genere parodistico americano (sulla scia di quell’altro maestro che è Mel Brooks), di cui ora si contano tantissimi esponenti, forse il più famoso è “Scary Movie” (al quale egli partecipò). Ma, noi pubblico, tendiamo a dimenticarlo: Leslie Nielsen era molto più di un attore comico.

Pochi sanno che egli era stato anche attore di teatro, portando in scena anche il “Re Lear” di Shakespeare; partecipato a film come “L’avventura del Poseidon” (1975) un vero e proprio kolossal; quasi nessuno invece sa che egli sostenne il provino per il ruolo di Messala in “Ben-Hur”, ma fu scartato perché... aveva gli occhi chiari, caratteristica poco romana.

A proposito di Romani, Nielsen fece una capatina anche da noi, in “SPQR – 2000 e ½ anni fa”, interpretando il corrotto senatore Cinico. Andate a cercare su Youtube le due orazioni del politico al Senato: Perrelli o la Stancati potrebbero portarli ad esempio di retorica ed eloquenza. Convincere che il “magna-magna generale” è una necessità non è cosa da tutti.

Io mi fermi qui, ma naturalmente ognuno di voi potrebbe richiamare alla mente una scena di questo o di quel film, pensare alle risate che questo attore dal volto serio ha strappato al pubblico con suo modo di fare. Nel mio piccolo, mi sento di consigliare la visione di “Il fuggitivo della missione impossibile”, un film quasi introvabile ma molto esilarante, che anticipa molte delle gag che vedremo nei film successivi.

Grazie mille tenente Franck Drebin.

 

Mario Ia5

martedì 23 novembre 2010

CI VEDIAMO DA MARIO - 6

Andiamo via con loro

Tempo fa citai in un mio intervento “TV Talk” e il prof. Simonelli. Il programma è di quelli di valore indiscutibile, che gente come noi, intenzionata a campare coi media, dovrebbe seguire con attenzione. Ed è proprio a “TV Talk” che ho trovato la migliore descrizione per il fenomeno televisivo della stagione, “Vieni via con me”. Alla domanda “Come possiamo definire questo programma?” il Simonelli rispose così: “È impossibile definirlo secondo gli schemi classici della TV perché il programma di Fazio e Saviano rompe la griglia dei soliti schemi”.

Per quanto possa valere la mia opinione, nel mio piccolo posso dire di essere d’accordo. Si tratta di un prodotto mai tentato prima, ed è il genere di tv che il «servizio pubblico» (a.k.a. RAI) dovrebbe essere sempre. Dico questo perché ci fa vedere quello che questo paese è per davvero, la parte marcia che ci nascondiamo e quella buona che una tv fatta da pupe e secchioni non ci fa vedere.

Naturalmente le critiche non sono mancate: molte persone hanno inquadrato (sbagliando) “Vieni via con me” come espressione di una corrente politica, e dunque gli schieramenti antagonisti hanno preso posizione di conseguenza. C’è chi lo critica perché esagera, chi lo difende con la lancia in resta e addirittura chi (cose che succedono solo in Italia) punta il dito perché osa troppo poco.

I nove milioni di spettatori sono un risultato strabiliante per la terza rete, e sono anche la dimostrazione della necessità avvertita dal pubblico di avere una tv di qualità. “Vieni via con me” batte regolarmente il Grande Fratello proprio perché fra “arene” e pomeriggi cinque o sul 2 il telespettatore (che in fin dei conti è pur sempre un uomo), almeno di tanto in tanto, ha voglia di qualcosa di buono, che non sia il caso Scazzi.

In conclusione vorrei rispondere a chi critica il programma di non osare o Fazio perché non è “abbastanza”. Se “Vieni via con me” spingesse troppo sull’acceleratore si rischierebbe, allora sì, di cadere nel ridicolo di cliché politici già visti; a difesa di Fazio, secondo alcuni troppo mollaccione, bisogna dire che se non fosse per lui non si vedrebbero in tv cose come queste. Sarebbe tutto come da Caterina Balivo, e non vedremmo mai sullo schermo gente come Eco, Saviano o Guccini, ovvero quel genere di persone di cui abbiamo bisogno ma che il sistema osteggia.

Se la RAI fosse sempre così (“TV Talk”, “Vieni via con me”, “Chetempochefa”…) pagherei volentieri il canone. Ma vista l’attuale situazione, l’unica possibilità è che mi ridiano “Coliandro”…

 

Mario Ia5

venerdì 19 novembre 2010

CI VEDIAMO DA MARIO - 5

You knou my name

 (Sono in arrivo toni più seri di quanto siete da me abituati. Uomo avvisato...)

 Se io vi narrassi del famosissimo scrittore Alberto Pincherle, voi capireste di chi sto parlando? O magari del suo collega Secondo Tranquilli? Se invece li chiamiamo rispettivamente “Alberto Moravia” e “Ignazio Silone”, forse riusciamo a capirci meglio. Questione di pseudonimi.

Come si può ben vedere, non sempre è da condannare chi si chiama in un modo e si firma in un altro. A volte, questa scelta rivela la costruzione di un personaggio, come il nostro “V”; altre volte è una pura e semplice comodità, come nel caso del “Bar”: per tutti noi che leggiamo questo sito viene più comodo pensarlo un’unica entità anziché il lavoro di più persone.

Altre volte gli pseudonimi vengono usati come un arroccamento: è, credo, il caso di P. K. Dick, che ha “preso di mira” la Guida di Sopravvivenza scritta da Mario N, altro pseudonimo.

Non condanno, come credo si sia ben capito dall’incipit, l’uso di alter ego o soprannomi, ma è ovvio che ci sono pseudonimi e pseudonimi: se io vi chiedo chi sia “Mario Ia5” o “Gosazer” mi sapete rispondere, perché sono “denominazioni” (nel senso wittgensteiniano del termine) che indicano chiaramente al referente; per un motivo o per un altro, queste espressioni sono diventate tanto comuni da diventare chiare ed esplicite: è il caso di Moravia o di Silone (non fate paragoni, mi raccomando...).

Invito tutti dunque a stare attenti nell’uso di pseudonimi, ma soprattutto alla cautela chi si ritrova davanti una persona che ne fa uso, in quanto bisogna discernere il PERCHE’ nasce quella determinata espressione a sostituire il nome. Ma dopo tutto, io non sono quel filosofo per cui molti mi scambiano, che ha perle di saggezza da donare liberamente, quindi ognuno di voi può muoversi come meglio crede, ignorando tranquillamente quanto ho scritto senza incorrere in peccato mortale. Anche perché mi legge il solo Maneggio...

Quando io devo dire una cosa che penso ma che non posso esternare apertamente, la “’nzippo” (la infilo) nelle righe dei miei racconti, facendola dire ai personaggi. Se interposizione dev’essere, l’una vale l’altra.

 

Mario Ia5

sabato 13 novembre 2010

CI VEDIAMO DA MARIO - 4



“Giustizia mosse il mio alto fattore;

fecemi la divina podestate,

la somma sapïenza e ’l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create

se non etterne, e io etterno duro.”

 

Credo che tutti  avrete immediatamente riconosciuto i versi. In questi giorni il Bar si è dedicato ad un nostro amato ed invidiato collega, il vate del primo banco: Raffaele Galiero, “Ab Aeterno”, titolo di un episodio di quel telefilm infimo che tutti voi amate, ma che ben si ricollega anche ai versi del Sommo. Forse ridedicargli le rime d’introduzione sarà pure un bel gesto, ma se ricordate dal liceo (come ama ripetere una nostra prof, dando per scontato che abbiamo tutti frequentato le scuole nobili) dove stavano scritte quelle parole, forse...

Ci scherziamo tutti sull’età di Raffaele, ed a ben donde. La risposta migliore la dà sempre il diretto interessato: “Io almeno ci sono arrivato”, seguita immediatamente da un furente gesto apotropaico degli astanti. Sì, è vero, i fatti che ci racconta Cozzetto lui li ha vissuti in prima persona, ma non è poi tanto vecchio. Per esempio, Pulcinella lo è di più...

Benché io non sia di natura molto socievole, ho avuto modo di sviluppare con lui un rapporto sincero, grazie a diversi punti di contatto. Innanzi tutto abbiamo lo stesso diploma, e vi stupisco rivelando un segreto: ho preso un voto migliore del suo.

Amiamo entrambi la poesia, arte in cui ci dilettiamo con risultati diversi (inutile dire chi riesca meglio). Una volta ha provato a convincermi di scrivere in dialetto: spiegategli che il cosentino non è bello come il napoletano.

Conduciamo insieme a PonteRadio il programma meno seguito dell’emittente, ma ci divertiamo un mondo a farlo: si tratta de “Il Mitomane”, e se avrete un giorno la pazienza di seguirci...

Raffaele (sono l’unico a chiamarlo così) è indubbiamente un personaggio del nostro corso con cui tutti, bene o male, abbiamo dovuto confrontarci almeno una volta. E il fatto che sia, come giustamente sottolineato nel video dalla suadente voce della brava intervistatrice, il più rispettato non è un caso. Non è solo dovuto ai capelli bianchi che vanno man mano a diradare, ma soprattutto ad un modo di porsi autoironico ed aperto. Da una persona di quell’età a prima vista ci si aspetterebbe un comportamento diverso, ma fortunatamente lui non è così, dunque ci spiazza e ci conquista.

Avrete sicuramente notato la quasi totale assenza di ironia in questo scritto, ma per una volta val la pena essere sinceri, almeno con chi se lo merita.

Aprendo con dei versi, non mi resta che chiudere in maniera simile (non me ne vogliano gli altri, non voglio offendere nessuno):

“Per fortuna che al braccio speciale

c’è un uomo geniale che parla co’ me.

Tutto il giorno con quattro infamoni,

briganti, papponi, cornuti e lacchè,

tutte l’ore cò ‘sta fetenzia

che sputa minaccia e s’à piglia cò me,

ma alla fine m’assetto papale,

mi sbottono e mi leggo ‘o giornale,

mi consiglio con don Raffae’,

mi spiega che pensa e bevimm’ò cafè.”

Rigorosamente della macchinetta.

 

Mario Ia5